Anna è tornata. Finalmente.
La sua poesia è pura apprensione. Con affetto la condivido con il resto del mondo.
NON DIRE A NESSUNO DEL NOSTRO AMORE
Se lo racconterai in giro,
se ti confiderai con un amico,
se si verrà a sapere, o ne giungerà voce negli ambienti che contano,
sarà la fine.
Verrà la tua famiglia, o la mia, a chiederci se siamo seriamente intenzionati,
verranno gli amici per sapere se ci meritiamo l’un l’altra o saremo felici insieme,
verranno psicologi e scienziati per studiare questo incredibile fenomeno,
verranno gli invidiosi, per provare a separarci,
verranno i guai, per distruggere la nostra felicità.
Verranno le preoccupazioni, i problemi di soldi e di salute.
Nel peggiore dei casi verrà la morte, per impedirci di vivere questo assoluto.
Nessuno mai ha provato niente del genere,
e il mondo è troppo vecchio e deluso per sopportare che
sulla faccia della terra ci sia qualcuno così pienamente felice
solo amando un’altra persona.
Senza bisogno di soldi, senza bisogno di potere,
senza bisogno di viagra, senza bisogno di sigarette,
senza bisogno di vacanze esclusive, senza bisogno di case lussuose.
Senza bisogno di altre donne, di altri uomini, di altre cose o persone che siano
di distrazione al noi.
Resteremo così in silenzio, fin che ci sarà possibile.
Finché non sarà chiaro a tutti che siamo diversi e lontani
da chi corre, o rincorre. Da chi esalta, da chi provoca, da chi cerca,
da chi trova sempre le stesse cose.
Staremo a sguardo chino, per celare la luce splendida nei nostri occhi.
Non ci sfioreremo le mani, per salvaguardare l’intesa vibrazione che ci agita
non staremo spalla a spalla, o abbracciati
così nessuno si accorgerà di come siamo perfettamente complementari.
Non ci parleremo, così nessuno vedrà come quello che ci diciamo
sia per noi un dialogo di anime e di cuori.
Staremo insieme da soli, lontani dal mondo.
Con musica, buon vino, vecchi film, molti libri,
coperte che ci avvolgano insieme, divani che ci tengano tutti e due vicini e stretti.
Un letto non troppo grande per non perderci nel sonno,
una casa non troppo grande per non sentire qualche suono familiare,
anche se siamo in stanze diverse.
Un armadio non troppo grande, perché i nostri vestiti abbiano l’odore di noi due.
Avremo solo un tempo abbastanza lungo per poter godere del nostro amore,
Una fila di giorni e di notti, per noi due.
Se lo racconterai in giro,
se ti confiderai con un amico,
se si verrà a sapere, o ne giungerà voce negli ambienti che contano,
sarà la fine.
Verrà la tua famiglia, o la mia, a chiederci se siamo seriamente intenzionati,
verranno gli amici per sapere se ci meritiamo l’un l’altra o saremo felici insieme,
verranno psicologi e scienziati per studiare questo incredibile fenomeno,
verranno gli invidiosi, per provare a separarci,
verranno i guai, per distruggere la nostra felicità.
Verranno le preoccupazioni, i problemi di soldi e di salute.
Nel peggiore dei casi verrà la mostre, per impedirci di vivere questo assoluto.
Nessuno mai ha provato niente del genere,
e il mondo è troppo vecchio e deluso per sopportare che
sulla faccia della terra ci sia qualcuno così pienamente felice
solo amando un’altra persona.
Senza bisogno di soldi, senza bisogno di potere,
senza bisogno di viagra, senza bisogno di sigarette,
senza bisogno di vacanze esclusive, senza bisogno di case lussuose.
Senza bisogno di altre donne, di altri uomini, di altre cose o persone che siano
di distrazione al noi.
Resteremo così in silenzio, fin che ci sarà possibile.
Finché non sarà chiaro a tutti che siamo diversi e lontani
da chi corre, o rincorre. Da chi esalta, da chi provoca, da chi cerca,
da chi trova sempre le stesse cose.
Staremo a sguardo chino, per celare la luce splendida nei nostri occhi.
Non ci sfioreremo le mani, per salvaguardare l’intesa vibrazione che ci agita
non staremo spalla a spalla, o abbracciati
così nessuno si accorgerà di come siamo perfettamente complementari.
Non ci parleremo, così nessuno vedrà come quello che ci diciamo
sia per noi un dialogo di anime e di cuori.
Staremo insieme da soli, lontani dal mondo.
Con musica, buon vino, vecchi film, molti libri,
coperte che ci avvolgano insieme, divani che ci tengano tutti e due vicini e stretti.
Un letto non troppo grande per non perderci nel sonno,
una casa non troppo grande per non sentire qualche suono familiare,
anche se siamo in stanze diverse.
Un armadio non troppo grande, perché i nostri vestiti abbiano l’odore di noi due.
Avremo solo un tempo abbastanza lungo per poter godere del nostro amore,
Una fila di giorni e di notti, per noi due.
Il comunicato stampa sottostante non ha bisogno di commenti, solo di supporto morale. E forse anche qualche minuto di riflessione: se è vero che oggi in Italia lavorano centinaia di giornalisti precari in condizioni da paese in via di sviluppo, quale può essere la conseguenza sulla qualità delle notizie che appaiono sui nostri media? E perché gli editori italiani danno così poco valore al contributo dei giornalisti freelance nonostante questi contribuiscano a buona parte dei contenuti delle loro pubblicazioni?
Dopo aver chiesto un incontro con il direttore ed aver atteso per mesi una risposta che non è mai arrivata, i collaboratori di Vicenza de Il Gazzettino hanno deciso di incrociare le braccia. Per tre giorni. “Da lunedì 18 gennaio a mercoledì 20 gennaio non invieremo i nostri articoli in redazione. È una scelta dolorosa – spiegano i giornalisti vicentini – che speravamo di poter evitare. Purtroppo, però, la situazione si è fatta insostenibile. In questi mesi abbiamo continuato a svolgere il nostro lavoro con professionalità, lo abbiamo fatto per l’amore sincero che ci lega al Gazzettino e suoi lettori, sperando in un cambiamento. Ciò non è avvenuto: i nuovi compensi decisi dall’azienda, drasticamente ribassati rispetto al passato, vanno dai 2 ai 12 euro ad articolo”. Con la nuova foliazione un articolo medio si aggira intorno alle 30-40 righe e per scrivere quell’articolo il collaboratore spende tutto di tasca propria. Il telefono, la benzina per gli spostamenti, il tempo impiegato per la stesura del pezzo, le ore passate a seguire un appuntamento, sono a totale carico del giornalista. E così accade che quelle 30-40 righe, spesso frutto di un’intera giornata di lavoro, portino nelle tasche del collaboratore 4-5 euro. Meno della tariffa oraria di una donna delle pulizie. “Cifre, queste – sottolineano i collaboratori de Il Gazzettino di Vicenza – che non ci permettono più di poter vivere di questo mestiere, che ci umiliano umanamente e professionalmente e che non ci consentono di fare decorosamente il nostro lavoro. Un lavoro che amiamo, per un giornale che amiamo. Un lavoro che ci impegna quotidianamente, che ci ha permesso di maturare una lunga esperienza e che ci porta a coprire tutti i settori della cronaca locale. Noi, che al Gazzettino abbiamo dedicato anni di lavoro, senza mai chiedere nulla, né un contratto, né un modesto rimborso spese, adesso ci troviamo costretti a far sentire la nostra voce perché riteniamo che questo sfruttamento non possa continuare oltre”. Per questo, i giornalisti collaboratori de Il Gazzettino, hanno deciso di scrivere al loro direttore: “Convinti che questa situazione non dipenda dalla sua volontà, confidiamo in un suo pronto interessamento”. E concludono: “Ciò che chiediamo oggi ed è il motivo per cui ci rivolgiamo al mondo della Comunicazione, della Politica ed alle Istituzioni è che venga salvaguardata la dignità della nostra professione, adeguando i compensi, affinché quanto corrisposto possa tradursi in un lavoro svolto con serietà, professionalità e qualità. Lo meritano i nostri lettori e lo merita una testata che ha sempre fatto dei suoi collaboratori la sua forza”.
Roberto Cervellin
Matteo Crestani
Luciano Crestani
Davide Ferracin
Davide Golin
Roberta Labruna
Andrea Lazzari
Laura Pilastro
Per saperne di più sul tema del giornalismo precario date un’occhiata alle storie di ordinario sfruttamento sul blog di Cronache Precarie.
Ho sola una parola per gli italiani che ipocritamente (e soprattutto irresponsabilmente) indicano l’immigrazione clandestina come la ragione di tutti i mali di Rosarno: vergognatevi.
E dire che molti di quelli che azzardano commenti del genere hanno zie e zii, padri e madri, sorelle e fratelli che sono dovuti emigrare in terre lontane – spesso illegalmente – per cercare di costruirsi una vita migliore. A parte il colore della pelle, nulla è cambiato nelle dinamiche migratorie dell’inizio secolo scorso degli italiani con la valigia di cartone rispetto agli africani che oggi approdano nella notte sulle nostre spiagge: l’ultimo arrivato è sempre per definizione brutto, sporco e cattivo. E quindi meritevole di tutti i soprusi possibili e immaginabili, inclusa la schiavitu’.
Entrambi i miei genitori e le loro rispettive famiglie appartengono alla categoria dei migranti. Io stessa sono emigrata in Canada, inizialmente senza visto di lavoro, speranzosa di trovare quello che in Italia manca da sempre – senso civico e rispetto per l’altro. 12 anni di residenza a Toronto mi hanno insegnato che è possibile vivere in una società multiculturale dove i diritti dei bianchi non sono piu’ importanti di quelli delle persone di colore. Nè legittimano a instaurare regimi di apartheid in nome della prosperità del libero mercato.
A questo proposito, mi trovo pienamente d’accordo con il commento di Beppe Grillo sulle brutali violenze degli scorsi giorni:
Cosa ci fanno più di diecimila immigrati irregolari nelle campagne calabresi? E’ ovvio, portano benessere a chi li sfrutta. Per farlo vivono in condizioni igieniche da porcile, sono pagati poco e in nero, non hanno nessun tipo di assistenza. La risposta cieca pronta e assoluta del solito coglione terzomondista è sempre la stessa: “Sono qui da noi perché fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare!“. Tutto il contrario, pagate gli italiani il giusto e ci sarebbe la fila di calabresi disoccupati per prendere il loro posto.
Gli immigrati lavorano in condizioni disumane che gli italiani non possono più tollerare, per questo sono qui. E allora, ancora, chi ci guadagna? I nuovi latifondisti, la criminalità in cerca di mano d’opera a basso costo, chi affitta dei tuguri a peso d’oro? Questa è solo la prima fascia, quella più visibile. Gli immigrati sono un bacino elettorale, portano voti sia a destra che a sinistra. Sono uno strumento di distrazione di massa usato dai partiti. La Lega e il Pdl vivono dell’uomo nero, del babau. Il Pdmenoelle e dintorni del buonismo a spese delle fasce più deboli della popolazione che vivono a diretto contatto con gli emigrati e si disputano le risorse. Voti a destra, voti a sinistra. In uno Stato dove migliaia di irregolari sfilano esasperati in una cittadina, Rosarno, e la mettono a ferro e a fuoco è evidente che lo Stato non c’è più. Africani contro calabresi, in mezzo il nulla di chi non si è mai fatto carico dei flussi migratori, dell’accoglienza, dell’integrazione.
Voglio l’immigrato a chilometro zero o l’immigrato integrato. Non abbiamo bisogno di nuovi schiavi, ne abbiamo a sufficienza di autoctoni. E così, una rivolta di Spartacus neri, diventa SOLO un problema di ordine pubblico, di controllo del territorio. Maroni, dico a lei anche in rappresentanza dei ministri degli Interni precedenti: “Dove erano, dove sono, le Forze dell’Ordine in Calabria, le stesse che riescono a sequestrare con occhiuta precisione un cartello 30 x 50 cm contro Schifani a un cittadino, ieri a Reggio Emilia?“.
Gli africani irregolari sono sempre stati lì, splendenti nel sole dei campi del Sud e a marcire nelle topaie. E dov’erano, dove sono le varie istituzioni che fracassanno i coglioni all’ultima bancarella del mercato per l’igiene, lo scontrino, la licenza, la tassa di occupazione, dove sono? E soprattutto perché le paghiamo se vedono sempre e solo il fuscello e non la trave? L’Italia è un piccolo Paese, con poche risorse e un tasso di disoccupazione da far paura. Dobbiamo avere il coraggio di dirci che gli immigrati sono in prevalenza forza lavoro sfruttata, merce per imprenditori senza scrupoli e per politici e giornalisti con la erre moscia che cianciano di pozzi avvelenati. Una risorsa preziosa per i politici che li lasciano al loro destino. E’ in corso una guerra, che qualche volta esplode, tra poveri: immigrati e cittadini italiani, entrambi presi per i fondelli. Lo Stato si è fermato a Rosarno.
Per saperne di piu’ su quello che sta succedendo a Rosarno e chi si sta battendo per i diritti degli immigrati sfollati dal centro di concentramento calabrese consiglio di dare un’occhiata a questi siti:
- Fortress Europe: Arance amare: reportage da Rosarno, tra i braccianti immigrati
- Osservatorio sul razzismo in Italia: Immigrati presi a pallettoni e si scatena la rabbia
- Medici Senza Frontiere: MSF assiste gli immigrati impegnati come lavoratori stagionali nella raccolta di agrumi.
- MetropoLiS: Rosarno – Ma veramente vogliamo ancora non capire?
- TeleReggioCalabria.it: Rosarno, Caritas, “Migranti sfruttati da ‘ndrine’”
Oliver Sack è un brillante neurologo e antropologo della mente umana che negli anni ha scritto libri rivoluzionari sul modo di concepire il nostro cervello. Dal suo libro piu’ famoso, Awakenings, in italiano Risvegli, è stata prodotto l’omonimo film con Robin Williams e Robert De Niro. Il film racconta una storia realmente vissuta di un gruppo di pazienti rinchiusi in un ospedale psichiatrico che si risvegliano improvvisamente da un lungo stato semi-vegetativo grazie all’intervento di un medico (Robin Williams) che scopre la causa della loro malattia. Sicuramente lo avete visto, ma nel qual caso:
Lo scorso Febbraio il prof. Sacks ha dato un seminario a Ted.Com in cui ha discusso la sindrome di Charles Bonnet – una malattia neurologica che provoca allucinazioni e che colpisce almeno il 10% delle persone con i sensi della vista o dell’udito severamente compromessi. La sindrome in questione è così poco conosciuta che secondo Sacks solo l’1% delle persone che ne soffre ammette di avere tali disturbi. Il fatto è – dice Sacks – che nella maggior parte dei casi questo tipo di allucinazioni consistono in immagini o suoni che si manifestano come se fossero prodotte dall’ambiente esterno. Ci sono ad esempio persone che vedono strade che improvvisamente si sdoppianno e si ricompongono davanti ai loro occhi, altre che sentono voci di estranei venire dal nulla.
La causa di questa malattia è il malfunzionamento di un’area del cervello chiamata circonvoluzione fusiforme le cui cellule memorizzano immagini e suoni molto specifiche – così specifiche, infatti, che pare arrivino a specializzarsi in immagini di cartoni animati o di marche di automobili!
Mentre normalmente quest’area cerebrale produce un flusso di informazioni continuo, che viene elaborato insieme al resto delle percezioni dal nostro sistema cognitivo, nel caso di anomalie o di perdita dell’udito o della vista, le informazioni si dissociano a tal punto da produrre allucinazioni così credibili ma anche così bizzarre da convincere chi ne soffre di essere psicotici.
Tuttavia, secondo Sacks, le allucinazioni provocate dalla sindrome di Charles Bonnet non hanno nulla di schizofrenico o psicotico, né sono le stesse causate da epilessia del lobo temporale che invece causano a una persona dei flashback molto vividi e multisensoriali.
Data l’alta incidenza tra persone parzialmente o completamente cieche e i sorde, Sacks raccomanda a tutti i medici di informarsi sulla patologia ed etimologia di questa sindrome e soprattutto di incoraggiare i propri pazienti a parlarne apertamente, senza paura di essere accusati di presi per matti.
Ecco, almeno nel mio piccolo, io ho passato parola.
Per chi volesse saperne di piu’ ecco il video della conferenza tradotto da una buona anima in italiano.
Per informazioni sulla sindrome di Charles Bonnet è possibile visitare il blog Psiconauta.
Ho anche trovato un affascinante saggio in italiano su Oliver Sacks scritto da Steve Silverberman e intitolato Nella mente di Oliver Sacks. Enjoy!
In teoria dovrei essere sconvolta dal clamore riscosso in questi giorni dalla sentenza della Corte Europea sul crocifisso nei luoghi pubblici. In pratica sono solo un po’ disgustata dagli eccessi di retorica xenofoba.
Ieri sera ho visto Blob su RaiTre – un evento eccezionale per me che ormai non guardo piu’ la tv da quasi un anno. Nell’episodio di ieri sono state incluse alcune chicche dalla trasmissione di Domenica Cinque dell’8 novembre in cui Vittorio Sgarbi e la signora Santanchè hanno dato il loro meglio.
Non voglio nemmeno andare a sindacare sulla ragionevolezza delle loro opinioni (la religione musulmana è una religione sanguinaria e Maometto era un pedofilo) perché mi sembrano così superficiali che non meritano di essere prese in considerazione. Mi limiterò invece a fare due considerazioni sul contenuto morale di una trasmissione del genere.
Il Corriere della Sera ha definito la trasmissione come “trash involontario”. Secondo me, non c’è stato proprio nulla di involontario nel trash di domenica scorsa – sempre che si possa chiamare trash. Se inviti Sgarbi, la Santanchè e altri professionisti della cultura mediatica italiana che sanno esattamente come dare spettacolo da prima pagina, non stai giocando alla lotteria, stai puntando con freddo calcolo a far notizia rischiando la pelle degli altri.
La pelle di chi, in questo caso, non solo non è cattolico, ma è di fede musulmana e si sente accusato di essere un terrorista criminale che professa una religione ignobile rispetto a quella cristiana. Io capisco quanto sia facile credere che tutti i musulmani vorrebbero la morte degli infedeli (e come sia altrettanto facile dimenticare i millenni di persecuzioni cristiane nei confronti di altri religioni).
E’ un discorso molto comodo da adottare quando ti senti colonizzato da quattro milioni di migranti che non assomigliano a te. La compulsione verso la diffidenza e (spesso l’odio) del diverso è purtroppo un sentimento molto ‘umano’. Ma non è un sentimento civile.
Sfruttare il crocifisso per ridelineare i confini di cittadinanza italiana – una cittadinanza cioè fortemente condizionata dalla Chiesa ma non dalla religione cattolica – è un’operazione demagogica quasi scontata in un paese che attira migranti che può sfruttare a proprio piacimento proprio perché spossessati dei diritti piu’ basilari. E’ quindi chiaro che nel momento in cui i migranti chiedono un riconoscimento dei loro valori o dei loro credi – un diritto che è convalidato nientemeno che da un organo giuridico europeo – succede il putiferio.
Il patto tra gli italiani veri e i loro ‘inquilini scomodi’ è quello per questi ultimi di tenere la testa bassa e accettare di essere cittadini di serie B. A tutt’oggi non esiste una società italiana pluralista che accetta coscientemente di essere composta per quasi il 10 percento da migranti.
Così come non esiste una società italiana che riconosce di aver un’idea ormai distorta del cattolicesimo proprio perché a messa non ci va mai – se non a Natale o a Pasqua nella migliore delle ipotesi – e si è dimenticata che il Gesu’ Cristo della dottrina si sarebbe ben guardato dal perseguitare qualcuno diverso da lui. O di renderlo un target facile per quella migliaia di ragazzini e adulti xenofobi che non vedono l’ora di picchiare a sangue il primo musulmano che gli ruba un biscotto.
Credo che discorsi come quelli che si sono letti su molti giornali o si sono sentiti nella trasmissioni televisive negli ultimi giorni siano fortemente irresponsabili. In Canada, un paese in cui il pluralismo non è solo un dato di fatto ma è considerato un elemento di ricchezza del Paese, uno Sgarbi o una Santanché non potrebbero mettere piede in televisione. Sarebbero puniti dall’autorità federale per aver fomentato odio xenofobo e sarebbero multati severamente insieme al canale televisivo che li ha messi in onda. Perché un conto è la libera espressione dell’opinione del singolo, un conto è la retorica della fobia del diverso – perseguibile sia penalmente che civilmente.
Ripeto, che gli italiani resistano a ogni costo all’evoluzione verso il pluralismo culturale e religioso non mi sorprende. E’ purtroppo nella natura delle cose e, secondo me, è anche una lotta contro i mulini a vento. Che però lo facciano manipolando simboli sacri con un’ipocrisia che mira a calpestare diritti e valori umani è un comportamento criminale. Punto.









