Oliver Sack è un brillante neurologo e antropologo della mente umana che negli anni ha scritto libri incredibili che hanno rivoluzionato il modo di concepire il nostro cervello. Dal suo libro piu’ famoso, Awakenings, in italiano Risvegli, è stata prodotto l’omonimo film con Robin Williams e Robert De Niro. Il film racconta una storia realmente vissuta di un gruppo di pazienti rinchiusi in un ospedale psichiatrico che si risvegliano improvvisamente da un lungo stato semi-vegetativo grazie all’intervento di un medico (Robin Williams) che scopre la causa della loro malattia. Sicuramente lo avete visto, ma nel qual caso:
Lo scorso Febbraio il prof. Sacks ha dato un seminario a Ted.Com in cui ha discusso la sindrome di Charles Bonnet – una malattia neurologica che provoca allucinazioni e che colpisce almeno il 10% delle persone con i sensi della vista o dell’udito severamente compromessi. La sindrome in questione è così poco conosciuta che secondo Sacks solo l’1% delle persone che ne soffre ammette di avere tali disturbi. Il fatto è – dice Sacks – che nella maggior parte dei casi questo tipo di allucinazioni consistono in immagini o suoni che si manifestano come se fossero prodotte dall’ambiente esterno. Ci sono ad esempio persone che vedono strade che improvvisamente si sdoppianno e si ricompongono davanti ai loro occhi, altre che sentono voci di estranei venire dal nulla.
La causa di questa malattia è il malfunzionamento di un’area del cervello chiamata circonvoluzione fusiforme le cui cellule momorizzano immagini e suoni molto specifiche – così specifiche, infatti, che pare arrivino a specializzarsi in immagini di cartoni animati o di marche di automobili!
Mentre normalmente quest’area cerebrale produce un flusso di informazioni continuo, che viene elaborato insieme al resto delle percezioni dal nostro sistema cognitivo, nel caso di anomalie o di perdita dell’udito o della vista, le informazioni si dissociano a tal punto da produrre allucinazioni così credibili ma anche così bizzarre da convincere chi ne soffre di essere psicotici.
Tuttavia, secondo Sacks, le allucinazioni provocate dalla sindrome di Charles Bonnet non hanno nulla di schizofrenico o psicotico, né sono le stesse causate da epilessia del lobo temporale che invece causano a una persona dei flashback molto vividi e multisensoriali.
Data l’alta incidenza tra persone parzialmente o completamente cieche e i sorde, Sacks raccomanda a tutti i medici di informarsi sulla patologia ed etimologia di questa sindrome e soprattutto di incoraggiare i propri pazienti a parlarne apertamente, senza paura di essere accusati di presi per matti.
Ecco, almeno nel mio piccolo, io ho passato parola.
Per chi volesse saperne di piu’ ecco il video della conferenza tradotto da una buona anima in italiano.
Per informazioni sulla sindrome di Charles Bonnet è possibile visitare il blog Psiconauta.
Ho anche trovato un affascinante saggio in italiano su Oliver Sacks scritto da Steve Silverberman e intitolato Nella mente di Oliver Sacks. Enjoy!
In teoria dovrei essere sconvolta dal clamore riscosso in questi giorni dalla sentenza della Corte Europea sul crocifisso nei luoghi pubblici. In pratica sono solo un po’ disgustata dagli eccessi di retorica xenofoba.
Ieri sera ho visto Blob su RaiTre – un evento eccezionale per me che ormai non guardo piu’ la tv da quasi un anno. Nell’episodio di ieri sono state incluse alcune chicche dalla trasmissione di Domenica Cinque dell’8 novembre in cui Vittorio Sgarbi e la signora Santanchè hanno dato il loro meglio.
Non voglio nemmeno andare a sindacare sulla ragionevolezza delle loro opinioni (la religione musulmana è una religione sanguinaria e Maometto era un pedofilo) perché mi sembrano così superficiali che non meritano di essere prese in considerazione. Mi limiterò invece a fare due considerazioni sul contenuto morale di una trasmissione del genere.
Il Corriere della Sera ha definito la trasmissione come “trash involontario”. Secondo me, non c’è stato proprio nulla di involontario nel trash di domenica scorsa – sempre che si possa chiamare trash. Se inviti Sgarbi, la Santanchè e altri professionisti della cultura mediatica italiana che sanno esattamente come dare spettacolo da prima pagina, non stai giocando alla lotteria, stai puntando con freddo calcolo a far notizia rischiando la pelle degli altri.
La pelle di chi, in questo caso, non solo non è cattolico, ma è di fede musulmana e si sente accusato di essere un terrorista criminale che professa una religione ignobile rispetto a quella cristiana. Io capisco quanto sia facile credere che tutti i musulmani vorrebbero la morte degli infedeli (e come sia altrettanto facile dimenticare i millenni di persecuzioni cristiane nei confronti di altri religioni).
E’ un discorso molto comodo da adottare quando ti senti colonizzato da quattro milioni di migranti che non assomigliano a te. La compulsione verso la diffidenza e (spesso l’odio) del diverso è purtroppo un sentimento molto ‘umano’. Ma non è un sentimento civile.
Sfruttare il crocifisso per ridelineare i confini di cittadinanza italiana – una cittadinanza cioè fortemente condizionata dalla Chiesa ma non dalla religione cattolica – è un’operazione demagogica quasi scontata in un paese che attira migranti che può sfruttare a proprio piacimento proprio perché spossessati dei diritti piu’ basilari. E’ quindi chiaro che nel momento in cui i migranti chiedono un riconoscimento dei loro valori o dei loro credi – un diritto che è convalidato nientemeno che da un organo giuridico europeo – succede il putiferio.
Il patto tra gli italiani veri e i loro ‘inquilini scomodi’ è quello per questi ultimi di tenere la testa bassa e accettare di essere cittadini di serie B. A tutt’oggi non esiste una società italiana pluralista che accetta coscientemente di essere composta per quasi il 10 percento da migranti.
Così come non esiste una società italiana che riconosce di aver un’idea ormai distorta del cattolicesimo proprio perché a messa non ci va mai – se non a Natale o a Pasqua nella migliore delle ipotesi – e si è dimenticata che il Gesu’ Cristo della dottrina si sarebbe ben guardato dal perseguitare qualcuno diverso da lui. O di renderlo un target facile per quella migliaia di ragazzini e adulti xenofobi che non vedono l’ora di picchiare a sangue il primo musulmano che gli ruba un biscotto.
Credo che discorsi come quelli che si sono letti su molti giornali o si sono sentiti nella trasmissioni televisive negli ultimi giorni siano fortemente irresponsabili. In Canada, un paese in cui il pluralismo non è solo un dato di fatto ma è considerato un elemento di ricchezza del Paese, uno Sgarbi o una Santanché non potrebbero mettere piede in televisione. Sarebbero puniti dall’autorità federale per aver fomentato odio xenofobo e sarebbero multati severamente insieme al canale televisivo che li ha messi in onda. Perché un conto è la libera espressione dell’opinione del singolo, un conto è la retorica della fobia del diverso – perseguibile sia penalmente che civilmente.
Ripeto, che gli italiani resistano a ogni costo all’evoluzione verso il pluralismo culturale e religioso non mi sorprende. E’ purtroppo nella natura delle cose e, secondo me, è anche una lotta contro i mulini a vento. Che però lo facciano manipolando simboli sacri con un’ipocrisia che mira a calpestare diritti e valori umani è un comportamento criminale. Punto.
Ieri sono stata alla Biennale di Venezia e ho visto un sacco di cose affascinanti che mi hanno ispirato, scosso e divertito. Secondo il mio modesto parere, il premio Frittelle’s Best Contemporary Artist of 2009 va a Fiona Tan, una geniale videoartista che alla Biennale rappresenta l’intero Padiglione olandese nell’ambito della sezione Fare Mondi.
La mostra della Tan si divide in tre parti, la prima si svolge in un’enorme sala sono sono proiettati in simultanea foto e video del foto-documentario Disorient ispirato dalla biografia di Marco Polo e dei suoi viaggi in estremo oriente. Immagini bellissime ma anche crudeli di luoghi come Madagascar, Tibet e Afganistan sono associate alle narrazioni di Marco Polo che racconta di popoli e civiltà a lui così strane da apparire surreali e misteriose. Sono rimasta ipnotizzata dalla proiezione di questo documentario non solo perché le immagini sono semplicemente stupende, ma anche perché il modo con cui sono raccontate è così forte e intimo da invaderti sia i sensi che l’anima.
In una sala piu’ modesta invece c’è la seconda installazione intitolata Provenance, una raccolta di ritratti girati in video in bianco e nero. E’ impossibile spiegare adeguatamente l’effetto di un’installazione del genere, ma ci proverò lo stesso. Immaginatevi un ritratto di Rembrandt – con quegli sguardi e dettagli intensi che sembrano uscire dalla tela. Ora provate a immaginare lo stesso ritratto in formato video, con i protagonisti che non sono fermi ma si muovono, si animano con e nella tela – o meglio, sullo schermo. Vi guardano o si guardano allo specchio, si dondolano su un’altalena, magari guardandovi direttamente negli occhi, oppure mentre vengono distratti da un qualcosa che appare alla finestra. Il risultato è un ritratto di artista rivisitato in chiave contemporanea che coinvolge lo spettatore come se l’azione si svolgesse letteralmente davanti ai suoi occhi. Voi, siete lì che guardate un ritratto che è vivo, proprio come se la persona ritratta fosse lì con voi a osservarvi o a svolgere un qualsiasi gesto ordinario. Che dire? Stupefacente.
L’ultima installazione della Tan è sempre in formato video e si intitola Rise and Fall. Il concetto è simile a quello di Provenance, nel senso che il video proiettato su due schermi in simultanea è un ritratto-cortometraggio in cui la memoria e i meccanismi emotivi con cui viene (ri)costruita si intrecciano a immagini di paesaggi e distese d’acqua turbolenti. Nelle immagini di Rise and Fall ci sono persone che parlano senza scambiarsi una parola, altre che sognano condividendo con lo spettatore i loro ricordi onirici, altre ancora di cui si vedeno solo dettagli proprio come i ricordi che accumuliamo invecchiando. L’effetto è davvero speciale perché i due schermi riportano a volte la stessa immagine, mentre in altri momenti ne proiettano qualche secondo prima o dopo, o addirittura presentano immagini completamente diverse ma sottilmente complementari. Anche qui, purtroppo e per fortuna le parole non bastano per descrivere l’esperienza.
La Biennale sarà aperta ancora per 3 settimane fino al 21 novembre. Se siete nei paraggi, vale la pena di farci un salto. Sono 18 euro ben spesi.
Prima di chiudere questo post, vorrei solo lasciare un ultimo commento riguardo al Padiglione Italia allestito all’Arsenale di Venezia. In questo spazio sono ospitati una ventina di artisti italiani che propongono opere di tutti i genere – dalla scultura alla video-arte, ecc. ispirate al futurista Marinetti. Niente da dire in merito alla bontà delle installazioni. Alcune sono davvero bellissime (vedi il corto di Valerio Berruti e le statue in legno di Aron Demetz), altre meno memorabili. Ma non è questo il punto.
Il punto è invece che su oltre 20 artisti, solo due sono donne. Come dire: evviva la reppresentatività italiana, viva le discriminazioni. Mentre Olanda, Svizzera e altri Paesi non si sono fatti alcun problema a dedicare interi padiglioni ad artiste donne, ancora una volta il nostro Belpaese fa la figura del troglodita. No davvero, un grazie di cuore ai curatori italiani a nome di tutte noi: è sempre un piacere vedere il 50% della popolazione esclusa o relegata ai margini.










