Le allucinazioni a cartoni animati di Oliver Sacks

2009 Novembre 24

Oliver Sack è un brillante neurologo e antropologo della mente umana che negli anni ha scritto libri incredibili che hanno rivoluzionato il modo di concepire il nostro cervello. Dal suo libro piu’ famoso, Awakenings, in italiano Risvegli, è stata prodotto l’omonimo film con Robin Williams e Robert De Niro. Il film racconta una storia realmente vissuta di un gruppo di pazienti rinchiusi in un ospedale psichiatrico che si risvegliano improvvisamente da un lungo stato semi-vegetativo grazie all’intervento di un medico (Robin Williams) che scopre la causa della loro malattia. Sicuramente lo avete visto, ma nel qual caso:

Lo scorso Febbraio il prof. Sacks ha dato un seminario a Ted.Com in cui ha discusso la sindrome di Charles Bonnet – una malattia neurologica che provoca allucinazioni e che colpisce almeno il 10% delle persone con i sensi della vista o dell’udito severamente compromessi. La sindrome in questione è così poco conosciuta che secondo Sacks solo l’1% delle persone che ne soffre ammette di avere tali disturbi. Il fatto è – dice Sacks – che nella maggior parte dei casi questo tipo di allucinazioni consistono in  immagini o suoni che si manifestano come se fossero prodotte dall’ambiente esterno. Ci sono ad esempio persone che vedono strade che improvvisamente si sdoppianno e si ricompongono davanti ai loro occhi, altre che sentono voci di estranei venire dal nulla.

La causa di questa malattia è il malfunzionamento di un’area del cervello chiamata circonvoluzione fusiforme le cui cellule momorizzano immagini e suoni molto specifiche – così specifiche, infatti, che pare arrivino a specializzarsi in immagini di cartoni animati o di marche di automobili!

Mentre normalmente quest’area cerebrale produce un flusso di informazioni continuo, che viene elaborato insieme al resto delle percezioni dal nostro sistema cognitivo, nel caso di anomalie o di perdita dell’udito o della vista, le informazioni si dissociano a tal punto da produrre allucinazioni così credibili ma anche così bizzarre da convincere chi ne soffre di essere psicotici.

Tuttavia, secondo Sacks, le allucinazioni provocate dalla sindrome di Charles Bonnet non hanno nulla di schizofrenico o psicotico, né sono le stesse causate da epilessia del lobo temporale che invece causano a una persona dei flashback molto vividi e multisensoriali.

Data l’alta incidenza tra persone parzialmente o completamente cieche e i sorde, Sacks raccomanda a tutti i medici di informarsi sulla patologia ed etimologia di questa sindrome e soprattutto di incoraggiare i propri pazienti a parlarne apertamente, senza paura di essere accusati di presi per matti.

Ecco, almeno nel mio piccolo, io ho passato parola.

Per chi volesse saperne di piu’ ecco il video della conferenza tradotto da una buona anima in italiano.

Per informazioni sulla sindrome di Charles Bonnet è possibile visitare il blog Psiconauta.

Ho anche trovato un affascinante saggio in italiano su Oliver Sacks scritto da Steve Silverberman e intitolato Nella mente di Oliver Sacks. Enjoy!

L’Italia e la sindrome da pluralismo indigesto

2009 Novembre 12

In teoria dovrei essere sconvolta dal clamore riscosso in questi giorni dalla sentenza della Corte Europea sul crocifisso nei luoghi pubblici. In pratica sono solo un po’ disgustata dagli eccessi di retorica xenofoba.

Ieri sera ho visto Blob su RaiTre – un evento eccezionale per me che ormai non guardo piu’ la tv da quasi un anno. Nell’episodio di ieri sono state incluse alcune chicche dalla trasmissione di Domenica Cinque dell’8 novembre in cui Vittorio Sgarbi e la signora Santanchè hanno dato il loro meglio.

crocifisso

Foto di flickr: Tracy O.

Non voglio nemmeno andare a sindacare sulla ragionevolezza delle loro opinioni (la religione musulmana è una religione sanguinaria e Maometto era un pedofilo) perché mi sembrano così superficiali che non meritano di essere prese in considerazione. Mi limiterò invece a fare due considerazioni sul contenuto morale di una trasmissione del genere.

Il Corriere della Sera ha definito la trasmissione come “trash involontario”. Secondo me, non c’è stato proprio nulla di involontario nel trash di domenica scorsa – sempre che si possa chiamare trash. Se inviti Sgarbi, la Santanchè e altri professionisti della cultura mediatica italiana che sanno esattamente come dare spettacolo da prima pagina, non stai giocando alla lotteria, stai puntando con freddo calcolo a far notizia rischiando la pelle degli altri.

La pelle di chi, in questo caso, non solo non è cattolico, ma è di fede musulmana e si sente accusato di essere un terrorista criminale che professa una religione ignobile rispetto a quella cristiana. Io capisco quanto sia facile credere che tutti i musulmani vorrebbero la morte degli infedeli (e come sia altrettanto facile dimenticare i millenni di persecuzioni cristiane nei confronti di altri religioni).

E’ un discorso molto comodo da adottare quando ti senti colonizzato da quattro milioni di migranti che non assomigliano a te. La compulsione verso la diffidenza e (spesso l’odio) del diverso è purtroppo un sentimento molto ‘umano’. Ma non è un sentimento civile.

Sfruttare il crocifisso per ridelineare i confini di cittadinanza italiana – una cittadinanza cioè fortemente condizionata dalla Chiesa ma non dalla religione cattolica – è un’operazione demagogica quasi scontata in un paese che attira migranti che può sfruttare a proprio piacimento proprio perché spossessati dei diritti piu’ basilari. E’ quindi chiaro che nel momento in cui i migranti chiedono un riconoscimento dei loro valori o dei loro credi – un diritto che è convalidato nientemeno che da un organo giuridico europeo – succede il putiferio.

Il patto tra gli italiani veri e i loro ‘inquilini scomodi’ è quello per questi ultimi di tenere la testa bassa e accettare di essere cittadini di serie B. A tutt’oggi non esiste una società italiana pluralista che accetta coscientemente di essere composta per quasi il 10 percento da migranti.

Così come non esiste una società italiana che riconosce di aver un’idea ormai distorta del cattolicesimo proprio perché a messa non ci va mai – se non a Natale o a Pasqua nella migliore delle ipotesi – e si è dimenticata che il Gesu’ Cristo della dottrina si sarebbe ben guardato dal perseguitare qualcuno diverso da lui. O di renderlo un target facile per quella migliaia di ragazzini e adulti xenofobi che non vedono l’ora di picchiare a sangue il primo musulmano che gli ruba un biscotto.

Credo che discorsi come quelli che si sono letti su molti giornali o si sono sentiti nella trasmissioni televisive negli ultimi giorni siano fortemente irresponsabili. In Canada, un paese in cui il pluralismo non è solo un dato di fatto ma è considerato un elemento di ricchezza del Paese, uno Sgarbi o una Santanché non potrebbero mettere piede in televisione. Sarebbero puniti dall’autorità federale per aver fomentato odio xenofobo e sarebbero multati severamente insieme al canale televisivo che li ha messi in onda. Perché un conto è la libera espressione dell’opinione del singolo, un conto è la retorica della fobia del diverso – perseguibile sia penalmente che civilmente.

Ripeto, che gli italiani resistano a ogni costo all’evoluzione verso il pluralismo culturale e religioso non mi sorprende. E’ purtroppo nella natura delle cose e, secondo me, è anche una lotta contro i mulini a vento. Che però lo facciano manipolando simboli sacri con un’ipocrisia che mira a calpestare diritti e valori umani è un comportamento criminale. Punto.

Ritratti contemporanei di un mondo senza involucro

2009 Novembre 1

Ieri sono stata alla Biennale di Venezia e ho visto un sacco di cose affascinanti che mi hanno ispirato, scosso e divertito. Secondo il mio modesto parere, il premio Frittelle’s Best Contemporary Artist of 2009 va a Fiona Tan, una geniale videoartista che alla Biennale rappresenta l’intero Padiglione olandese nell’ambito della sezione Fare Mondi.

La mostra della Tan si divide in tre parti, la prima si svolge in un’enorme sala sono sono proiettati in simultanea foto e video del foto-documentario Disorient ispirato dalla biografia di Marco Polo e dei suoi viaggi in estremo oriente. Immagini bellissime ma anche crudeli di luoghi come Madagascar, Tibet e Afganistan sono associate alle narrazioni di Marco Polo che racconta di popoli e civiltà a lui così strane da apparire surreali e misteriose. Sono rimasta ipnotizzata dalla proiezione di questo documentario non solo perché le immagini sono semplicemente stupende, ma anche perché il modo con cui sono raccontate è così forte e intimo da invaderti sia i sensi che l’anima.

Disorient

In una sala piu’ modesta invece c’è la seconda installazione intitolata Provenance, una raccolta di ritratti girati in video in bianco e nero. E’ impossibile spiegare adeguatamente l’effetto di un’installazione del genere, ma ci proverò lo stesso. Immaginatevi un ritratto di Rembrandt – con quegli sguardi e dettagli intensi che sembrano uscire dalla tela. Ora provate a immaginare lo stesso ritratto in formato video, con i protagonisti che non sono fermi ma si muovono, si animano con e nella tela – o meglio, sullo schermo. Vi guardano o si guardano allo specchio, si dondolano su un’altalena, magari guardandovi direttamente negli occhi, oppure mentre vengono distratti da un qualcosa che appare alla finestra. Il risultato è un ritratto di artista rivisitato in chiave contemporanea che coinvolge lo spettatore come se l’azione si svolgesse letteralmente davanti ai suoi occhi. Voi, siete lì che guardate un ritratto che è vivo, proprio come se la persona ritratta fosse lì con voi a osservarvi o a svolgere un qualsiasi gesto ordinario. Che dire? Stupefacente.

L’ultima installazione della Tan è sempre in formato video e si intitola Rise and Fall. Il concetto è simile a quello di Provenance, nel senso che il video proiettato su due schermi in simultanea è un ritratto-cortometraggio in cui la memoria e i meccanismi emotivi con cui viene (ri)costruita si intrecciano a immagini di paesaggi e distese d’acqua turbolenti. Nelle immagini di Rise and Fall ci sono persone che parlano senza scambiarsi una parola, altre che sognano condividendo con lo spettatore i loro ricordi onirici, altre ancora di cui si vedeno solo dettagli proprio come i ricordi che accumuliamo invecchiando. L’effetto è davvero speciale perché i due schermi riportano a volte la stessa immagine, mentre in altri momenti ne proiettano qualche secondo prima o dopo, o addirittura presentano immagini completamente diverse ma sottilmente complementari. Anche qui, purtroppo e per fortuna le parole non bastano per descrivere l’esperienza.

La Biennale sarà aperta ancora per 3 settimane fino al 21 novembre. Se siete nei paraggi, vale la pena di farci un salto. Sono 18 euro ben spesi.

Prima di chiudere questo post, vorrei solo lasciare un ultimo commento riguardo al Padiglione Italia allestito all’Arsenale di Venezia. In questo spazio sono ospitati una ventina di artisti italiani che propongono opere di tutti i genere – dalla scultura alla video-arte, ecc. ispirate al futurista Marinetti. Niente da dire in merito alla bontà delle installazioni. Alcune sono davvero bellissime (vedi il corto di Valerio Berruti e le statue in legno di Aron Demetz), altre meno memorabili. Ma non è questo il punto.
Il punto è invece che su oltre 20 artisti, solo due sono donne. Come dire: evviva la reppresentatività italiana, viva le discriminazioni. Mentre Olanda, Svizzera e altri Paesi non si sono fatti alcun problema a dedicare interi padiglioni ad artiste donne, ancora una volta il nostro Belpaese fa la figura del troglodita. No davvero, un grazie di cuore ai curatori italiani a nome di tutte noi: è sempre un piacere vedere il 50% della popolazione esclusa o relegata ai margini.

Considerazioni autunnali sul post-femminismo dei poveri

2009 Ottobre 25

Sono ormai mesi che mi propongo di scrivere qualche riga sull’annoso problema del “femminismo”, senza concludere un granché…  Sì perché diciamolo pure, il femminismo piu’ che un’ideologia e una battaglia per la democrazia è un problema. Sono in molti a pensare infatti che, dopo le grandi battaglie di inizio ‘900 e degli 60′ e 70′ , le lotte per l’uguaglianza sono cose che appartengono al passato remoto. Un passato che è spesso vissuto come ingombrante spingendo la maggioranza delle donne a rifiutare il bollino di femministe come se fosse il marchio a fuoco delle streghe di Salem: “Femminista io? Ma neanche per idea… Non sento la necessità di andare in piazza a bruciare il reggiseno”. Già.

Foto di Quinn Anya - Flickr

Foto di Quinn Anya - Flickr

Pur riconoscendo i meriti di tante lotte sacrosante combattute perché noi potessimo andare a votare, abortire, divorziare, e diventare donne magistrato, oggi pensiamo che certi discorsi sono fuori luogo e acronistici. Anzi di piu’, l’ultima moda in tema di diversità di genere è quella di accusare il femminismo di aver reso le donne piu’ infelici di prima. Perbacco.

Lo suggerisce ad esempio Elettra Aldani in recente articolo apparso su SeiDiModa di Repubblica in cui cita un paio di ricerche d’oltreoceano secondo cui mentre gli uomini invecchiando diventano piu’ felici, le donne di oggi sono sempre scontente. Stando ad alcuni esperti in materia, la colpa di tanta insoddisfazione è nientemeno che…

del femminismo, che ci ha liberate sì – forse – ma ci ha anche gettate nella difficoltà e nell’affanno di potere/dovere fare tutto. E di doverlo fare, per giunta, benissimo.

E come no? E’ proprio stato ed è tuttora il femminismo militante a farci diventare abili giocoliere in grado di occuparci di famiglia, casa e lavoro come perfette professioniste del multi-tasking. Non è stata invece, ad esempio, una società che pur dandoci il ‘contentino’ di lasciarci lavorare fuori casa si rifiuta di toglierci gli oneri domestici o famigliari dando vita a una delle epoche piu’ stressanti della storia femminile. Non è nemmeno la mancanza di strutture sociali che ci fa anelare un asilo nido o un servizio di doposcuola come se fossero oasi in un deserto di nulla a renderci quotidianamente incazzate con la vita. Non è neanche colpa di una cultura di massa ossessionata con la maternità perfettiva così efficace nel convincerci che avere un lavoro ed essere madri sia un peccato contro natura. No, è proprio tutta colpa del femminismo.

Del resto abbiamo voluto emanciparci? Tiè, per punizione becchiamoci la devastante piaga della doppia presenza, magari fatta di grandi numeri – che ci permette di lavorare dalle otto alle 10 ore al giorno dentro e fuori casa ogni santo giorno della settimana. Siamo proprio delle ingrate!

Bene, a tratti benissimo, direi. Come giustamente osserva la psicoanalista femminista Francesca Molfino, forse le donne piu’ che infelici oggi sono piu’ disincantare rispetto alla loro condizione. Rispetto a 30 anni fa stiamo meglio ma, continua la Molfino,

il problema è un altro, e cioè che le libertà che il femminismo ha portato non si sono radicate, non hanno trovato compimento. Perché non abbiamo fatto corrispondere a queste libertà i cambiamenti strutturali e istituzionali necessari per far sì che si potessero realizzare.

Di quali cambiamenti strutturali e istituzionali si sta parlando? Per esempio, io la butto lì, di quei cambiamenti che rendono obsoleto il ministero delle pari opportunità, almeno per quanto riguarda le discriminazioni di genere.

Vengo al punto. Credo sia abbastanza controproduttivo fingere che in Italia le donne siano emancipate e non soffrano della sindrome della cittadinanza di serie B. Lo sappiamo tutte che siamo discriminate e umiliate ogni volta che qualcuno ci dice che siamo piu’ belle che intelligenti – o viceversa. Il guaio è non sapere piu’ da dove iniziare per uscire da questo circolo vizioso.

Per me che ho vissuto in un Paese come il Canada per 12 anni, un Paese dove certi abbruttimenti non sono piu’ così evidenti, è davvero penoso ascoltare le storie delle donne italiane che raccontano di quella volta che al colloquio di lavoro è stato chiesto loro di firmare una lettera di dimissioni in bianco nel caso fossero rimaste incinte o di quell’altra volta in cui sono state oggetto di mobbing da parte del management aziendale per convincerle a licenziarsi.

Io stessa qualche settimana fa ho avuto un colloquio di lavoro in una piccola azienda del famigerato Triveneto durante il quale mi hanno fatto compilare un modulo che chiedeva l’occupazione dei miei genitori, come se fossi stata una bambina al primo giorno di scuola. E dire che ho 40 anni, piu’ di vent’anni di storia lavorativa alle spalle, e tre titoli di studio universitari. Cose da farmi perdere il sonno.

Del resto le cifre parlano chiaro. Come osserva l’autore di un articolo apparso su Labitalia dell’agenzia AdnKronos

La situazione lavorativa delle donne, Italia, è riassunta da tre numeri: 45,2%, 0,8% e 4,9%, ovvero il tasso di occupazione femminile, la percentuale delle dipendenti che arrivano a diventare manager e il numero di coloro che riescono ad assumere un ruolo di supervisione. Una condizione femminile che [...] relega l’Italia agli ultimi posti nell’Europa a 25 [...].

A parità di qualifica, solo il 26% delle donne [ndr manager] guadagna più di 100 mila euro l’anno, contro il 41% degli uomini. Uomini e donne si concentrano in aree funzionali differenti: risorse umane, relazioni esterne, amministrazione, finanza e controllo gestione risultano aree tipicamente femminili, mentre l’area direzione generale, di divisione costituisce un ambito soprattutto maschile.

Sebbene i dirigenti, sia maschi che femmine, concordino nel ritenere la determinazione e le competenze tecniche fattori importanti per favorire l’avanzamento di carriera, il 34% dei manager uomini considera importante la disponibilità a orari lunghi. Le donne incontrano maggiori difficoltà (67% delle manager contro il 59% dei colleghi) negli avanzamenti di carriera. Per i dirigenti, gli ostacoli derivano da caratteristiche personali, mentre per le colleghe nella difficile conciliabilità delle responsabilità professionali con quelle familiari. Per gli uomini e per le donne dirigenti, la maternità e le responsabilità connesse alla gestione della famiglia rappresentano gli ostacoli che maggiormente interferiscono nella progressione della carriera.

Alla faccia delle milioni di donne italiane laureate, le opportunità di far carriera nel nostro Paese sono semplicemente ridicole. Anzi no, sono tristi. E ingiuste, per non dire anti-democratiche.

Tutto questo per dire che se siamo un po’ piu’ infelici degli uomini abbiamo le nostre sacrosante ragioni.

Qualche tempo fa mio padre in questo blog mi accusò di occuparmi di inutili discussioni sul sesso degli angeli. Io non me la presi ma decisi di impegnarmi a fare capire a lui e a tutti gli uomini che leggono i miei post che lottare per una società piu’ equa nei confronti delle donne significa battersi per migliorare la condizione di tutti, donne e uomini.

Foto di Morning Theft - Flickr

Foto di Morning Theft - Flickr

Sono infatti convinta che uno Stato che non riconosce i diritti di accesso a lavoro, cariche politiche e diritti civili al 50% della popolazione è uno Stato destinato ad alimentare conflitti e contraddizioni che destabilizzano profondamente il tessuto sociale nel lungo periodo. Vivere accanto a figlie, mogli o compagne sfinite dagli oneri famigliari e frustrate dalla mancanza di opportunità può solo condurre a ulteriori incomprensioni e risentimenti tra uomini e donne.

Ma soprattutto, un Paese che permette certe disparità non è un Paese democratico.

Se poi parlare di femminismo è (ancora) un problema, non è perché il femminismo ha fatto dei danni, ma è perché la cultura dello status quo – quella delle veline e dei parlamenti fatti di quasi soli uomini – vuole farci credere che abbiamo ottenuto tutto quello che c’era da ottenere in tema di pari opportunità. Come dimostrano le cifre sopra nulla potrebbe essere lontano dalla realtà.

Voglio concludere con una frase di qualche anno fa di Harriet Harman, deputata al Parlamento inglese e leader della House of Commons:

Le donne sono già entrate nel ventunesimo secolo, mentre gli uomini ai quali sono legate, i datori di lavoro per cui operano, i governi che determinano la struttura delle società in cui vivono sono rimasti un secolo indietro.

Di lavoro da fare in Italia per entrare tutti nel 21° secolo ancora ce n’è tanto. Forse stavolta invece di parlare di lotte femministe si parla di lotte per una giustizia democratica che interessa ognuno di noi, donne e uomini.