Sono ormai mesi che mi propongo di scrivere qualche riga sull’annoso problema del “femminismo”, senza concludere un granché… Sì perché diciamolo pure, il femminismo piu’ che un’ideologia e una battaglia per la democrazia è un problema. Sono in molti a pensare infatti che, dopo le grandi battaglie di inizio ‘900 e degli 60′ e 70′ , le lotte per l’uguaglianza sono cose che appartengono al passato remoto. Un passato che è spesso vissuto come ingombrante spingendo la maggioranza delle donne a rifiutare il bollino di femministe come se fosse il marchio a fuoco delle streghe di Salem: “Femminista io? Ma neanche per idea… Non sento la necessità di andare in piazza a bruciare il reggiseno”. Già.

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Pur riconoscendo i meriti di tante lotte sacrosante combattute perché noi potessimo andare a votare, abortire, divorziare, e diventare donne magistrato, oggi pensiamo che certi discorsi sono fuori luogo e acronistici. Anzi di piu’, l’ultima moda in tema di diversità di genere è quella di accusare il femminismo di aver reso le donne piu’ infelici di prima. Perbacco.
Lo suggerisce ad esempio Elettra Aldani in recente articolo apparso su SeiDiModa di Repubblica in cui cita un paio di ricerche d’oltreoceano secondo cui mentre gli uomini invecchiando diventano piu’ felici, le donne di oggi sono sempre scontente. Stando ad alcuni esperti in materia, la colpa di tanta insoddisfazione è nientemeno che…
del femminismo, che ci ha liberate sì – forse – ma ci ha anche gettate nella difficoltà e nell’affanno di potere/dovere fare tutto. E di doverlo fare, per giunta, benissimo.
E come no? E’ proprio stato ed è tuttora il femminismo militante a farci diventare abili giocoliere in grado di occuparci di famiglia, casa e lavoro come perfette professioniste del multi-tasking. Non è stata invece, ad esempio, una società che pur dandoci il ‘contentino’ di lasciarci lavorare fuori casa si rifiuta di toglierci gli oneri domestici o famigliari dando vita a una delle epoche piu’ stressanti della storia femminile. Non è nemmeno la mancanza di strutture sociali che ci fa anelare un asilo nido o un servizio di doposcuola come se fossero oasi in un deserto di nulla a renderci quotidianamente incazzate con la vita. Non è neanche colpa di una cultura di massa ossessionata con la maternità perfettiva così efficace nel convincerci che avere un lavoro ed essere madri sia un peccato contro natura. No, è proprio tutta colpa del femminismo.
Del resto abbiamo voluto emanciparci? Tiè, per punizione becchiamoci la devastante piaga della doppia presenza, magari fatta di grandi numeri – che ci permette di lavorare dalle otto alle 10 ore al giorno dentro e fuori casa ogni santo giorno della settimana. Siamo proprio delle ingrate!
Bene, a tratti benissimo, direi. Come giustamente osserva la psicoanalista femminista Francesca Molfino, forse le donne piu’ che infelici oggi sono piu’ disincantare rispetto alla loro condizione. Rispetto a 30 anni fa stiamo meglio ma, continua la Molfino,
il problema è un altro, e cioè che le libertà che il femminismo ha portato non si sono radicate, non hanno trovato compimento. Perché non abbiamo fatto corrispondere a queste libertà i cambiamenti strutturali e istituzionali necessari per far sì che si potessero realizzare.
Di quali cambiamenti strutturali e istituzionali si sta parlando? Per esempio, io la butto lì, di quei cambiamenti che rendono obsoleto il ministero delle pari opportunità, almeno per quanto riguarda le discriminazioni di genere.
Vengo al punto. Credo sia abbastanza controproduttivo fingere che in Italia le donne siano emancipate e non soffrano della sindrome della cittadinanza di serie B. Lo sappiamo tutte che siamo discriminate e umiliate ogni volta che qualcuno ci dice che siamo piu’ belle che intelligenti – o viceversa. Il guaio è non sapere piu’ da dove iniziare per uscire da questo circolo vizioso.
Per me che ho vissuto in un Paese come il Canada per 12 anni, un Paese dove certi abbruttimenti non sono piu’ così evidenti, è davvero penoso ascoltare le storie delle donne italiane che raccontano di quella volta che al colloquio di lavoro è stato chiesto loro di firmare una lettera di dimissioni in bianco nel caso fossero rimaste incinte o di quell’altra volta in cui sono state oggetto di mobbing da parte del management aziendale per convincerle a licenziarsi.
Io stessa qualche settimana fa ho avuto un colloquio di lavoro in una piccola azienda del famigerato Triveneto durante il quale mi hanno fatto compilare un modulo che chiedeva l’occupazione dei miei genitori, come se fossi stata una bambina al primo giorno di scuola. E dire che ho 40 anni, piu’ di vent’anni di storia lavorativa alle spalle, e tre titoli di studio universitari. Cose da farmi perdere il sonno.
Del resto le cifre parlano chiaro. Come osserva l’autore di un articolo apparso su Labitalia dell’agenzia AdnKronos
La situazione lavorativa delle donne, Italia, è riassunta da tre numeri: 45,2%, 0,8% e 4,9%, ovvero il tasso di occupazione femminile, la percentuale delle dipendenti che arrivano a diventare manager e il numero di coloro che riescono ad assumere un ruolo di supervisione. Una condizione femminile che [...] relega l’Italia agli ultimi posti nell’Europa a 25 [...].
A parità di qualifica, solo il 26% delle donne [ndr manager] guadagna più di 100 mila euro l’anno, contro il 41% degli uomini. Uomini e donne si concentrano in aree funzionali differenti: risorse umane, relazioni esterne, amministrazione, finanza e controllo gestione risultano aree tipicamente femminili, mentre l’area direzione generale, di divisione costituisce un ambito soprattutto maschile.
Sebbene i dirigenti, sia maschi che femmine, concordino nel ritenere la determinazione e le competenze tecniche fattori importanti per favorire l’avanzamento di carriera, il 34% dei manager uomini considera importante la disponibilità a orari lunghi. Le donne incontrano maggiori difficoltà (67% delle manager contro il 59% dei colleghi) negli avanzamenti di carriera. Per i dirigenti, gli ostacoli derivano da caratteristiche personali, mentre per le colleghe nella difficile conciliabilità delle responsabilità professionali con quelle familiari. Per gli uomini e per le donne dirigenti, la maternità e le responsabilità connesse alla gestione della famiglia rappresentano gli ostacoli che maggiormente interferiscono nella progressione della carriera.
Alla faccia delle milioni di donne italiane laureate, le opportunità di far carriera nel nostro Paese sono semplicemente ridicole. Anzi no, sono tristi. E ingiuste, per non dire anti-democratiche.
Tutto questo per dire che se siamo un po’ piu’ infelici degli uomini abbiamo le nostre sacrosante ragioni.
Qualche tempo fa mio padre in questo blog mi accusò di occuparmi di inutili discussioni sul sesso degli angeli. Io non me la presi ma decisi di impegnarmi a fare capire a lui e a tutti gli uomini che leggono i miei post che lottare per una società piu’ equa nei confronti delle donne significa battersi per migliorare la condizione di tutti, donne e uomini.

Foto di Morning Theft - Flickr
Sono infatti convinta che uno Stato che non riconosce i diritti di accesso a lavoro, cariche politiche e diritti civili al 50% della popolazione è uno Stato destinato ad alimentare conflitti e contraddizioni che destabilizzano profondamente il tessuto sociale nel lungo periodo. Vivere accanto a figlie, mogli o compagne sfinite dagli oneri famigliari e frustrate dalla mancanza di opportunità può solo condurre a ulteriori incomprensioni e risentimenti tra uomini e donne.
Ma soprattutto, un Paese che permette certe disparità non è un Paese democratico.
Se poi parlare di femminismo è (ancora) un problema, non è perché il femminismo ha fatto dei danni, ma è perché la cultura dello status quo – quella delle veline e dei parlamenti fatti di quasi soli uomini – vuole farci credere che abbiamo ottenuto tutto quello che c’era da ottenere in tema di pari opportunità. Come dimostrano le cifre sopra nulla potrebbe essere lontano dalla realtà.
Voglio concludere con una frase di qualche anno fa di Harriet Harman, deputata al Parlamento inglese e leader della House of Commons:
Le donne sono già entrate nel ventunesimo secolo, mentre gli uomini ai quali sono legate, i datori di lavoro per cui operano, i governi che determinano la struttura delle società in cui vivono sono rimasti un secolo indietro.
Di lavoro da fare in Italia per entrare tutti nel 21° secolo ancora ce n’è tanto. Forse stavolta invece di parlare di lotte femministe si parla di lotte per una giustizia democratica che interessa ognuno di noi, donne e uomini.