Il racconto di Satelliteo: Un’idea geniale
Quello di oggi è un racconto ermetico, in cui nulla è ciò che appare, a partire dallo stesso atto di raccontare LA storia. L’immagine onirica dell’uomo seduto alla scrivania è una celebrazione della “solitudine nella follia”. Chi è il folle però non è chiaro. Né lo è la definizione di solitudine.
Un’idea geniale
L’uomo è seduto alla sua scrivania. Alle sue spalle falsi di vecchi dipinti di Monet e Van Gogh coprono le crepe alla parete. Fogli di carta distesi o accartocciati invadono il piano di scrittura, salvo una piccola porzione di superficie adibita a parvo scrittoio.
“Nella sua testa, giorni di arretrati di sonno creano giochi confusi; folletti ironisti e diabolici deridono la sua incapacità di trovare un’idea decente, valida per la stesura di qualcosa di finalmente geniale; un racconto che gli dia la parvenza di appartenere realmente al mondo degli scrittori affermati.
Tutti i suoi buoni propositi e le notti passate al tavolo hanno generato solo un’interminabile strage di foglietti scritti, imprecati, abbandonati qua e là.”
Si strofina gli occhi; accende una sigaretta; bestemmia.
Apre il piccolo armadietto sotto il tavolo, vecchio legno tarlato ed impolverato e ne estrae una bottiglia di vetro color verde smeraldo, di recente fattura. La avvicina alle labbra. Un liquido giallino gli scorre giù per la gola, provocandogli un intenso bruciore appena giunto in contatto con le pareti dello stomaco. Stacca la bocca dopo diverse sorsate, solo quando il dolore gli strappa le lacrime dagli occhi; posa la bottiglia, si appoggia allo schienale.
Dà una boccata alla sigaretta e scruta fuori della finestra, mentre fa passare la mano sinistra sui pantaloni, e la fa salire più su, fino a sfiorarsi il sesso.
Socchiude gli occhi e pensa all’ultima volta che è stato felice assieme ad una donna; sono passati ben due cinque da quando ha provato davvero qualcosa di puro verso un’altra persona che non fosse il venditore di liquori, giù all’angolo.
Altre fugaci esperienze le aveva strappate alle notti insonni trascorse fra i locali della pullulante Bologna; ma i ricordi annaspano per riflettersi in un’immagine che dia una parvenza di nitidezza alla sua mente.
Ricorda un nome: Serena.
L’aveva conosciuta in una pizzeria, mentre cenava solo, intento a riflettere la propria immagine in una forma di astrazione, nella speranza che una visione più oggettiva di sé contenesse una risposta all’indecisione, all’incapacità di figurarsi coerente con lo scorrere del tempo: quel tiranno saggio e arguto che egli ritrovava ad ogni risveglio, sempre pronto e memore a dispensargli un nuovo giorno, un giorno in più dal quale sentirsi sfuggente e nel quale sentirsi più vecchio.
Gli si era avvicinata lei, con un’aria disinvolta, probabilmente brilla; gli aveva chiesto da accendere e si era seduta attendendo con pazienza che egli consumasse quei pochi bocconi di pizza che già faticavano a farsi ingoiare.
Terminata la pizza, ordinarono una bottiglia di rosso dolce, e rimasero seduti a parlare per un’ora buona su quali scappatoie, meglio se voluttuose, potesse concedere una città come quella a delle persone come loro, in cerca di emozioni fluttuanti, da prendere al volo.
Svuotarono la bottiglia, saldarono il conto e si proiettarono verso un altro locale che lei conosceva, a pochi passi da dove si trovavano.
Poi era andata a questo modo: avevano bevuto e bevuto ancora, fino a quando, non ricorda bene, si era ritrovato in un appartamento ben arredato e in ordine, seduto su un divano.
Lei stava nella stanza da bagno e quando riapparve aveva addosso solo un accappatoio e delle pantofole in pile rosa.
Le si era spogliata davanti e avevano fatto l’amore fino a che le luci del giorno, fastidiose sciabole del tempo, avevano bussato alle vetrate della porta a vetri che dava sul terrazzo.
Avevano poi dormito uno addosso all’altro, fino dopo mezzogiorno, quando lei si era svegliata di soprassalto, svegliandolo, e ingiungendogli di andarsene senza dargli ulteriori spiegazioni.
Non l’aveva più rivista da quella volta, né contava di rivederla.
Distoglie lo sguardo perso fuori dalle vetrate con fare rinsavito, consapevole, come chi si è appena capacitato dopo uno strano sogno; si gira verso la parete e strizza sul portacenere la sigaretta ormai spenta fra le dita.
Guarda l’orologio a muro: le sedici e trenta, pressappoco.
Sul tavolo riposano intanto i fogli calcati di nero e scarabocchiati, schiavi di un padrone perennemente insoddisfatto.
Si alza di scatto e comincia a camminare nervosamente per la stanza, in cerca di un’idea degna del suo orgoglio. I vari dipinti appesi al muro gli appaiono come reliquie ridenti, capricciosi testimoni di geni affermati.
Apre ancora la bottiglia, questa volta con l’intenzione di vederne il fondo prima di cedere alla sofferenza; la svuota completamente e si lascia cadere sul letto, stordito, placato nei nervi.
La mente prende a gironzolare su figure infantili, reminiscenze di giovinezza timida e inesperta. I ricordi delle scorribande per le strade gli provocano una sensazione di desolazione, cose amate che sa di aver perso per sempre.
Immagini di amici allegri e alla buona, ora sistemati chissà dove e con chi, tornano a bussargli alle porte della sensibilità non ancora indurita.
Riesce a vedere nitidamente l’asfalto ancora bagnato di pioggia estiva e i giochi spensierati d’un tempo. I ragazzi e le ragazze rincorrersi fra le mura delle vecchie case, sotto i portici e sui marciapiedi.
Si sforza ora di mettere a fuoco il vuoto, di concentrarsi su di un silenzio interiore che gli conceda un attimo di tregua, di pace.
Finalmente la calma, lenta, sopraggiunge.
Si addormenta, per la prima volta dopo giorni, senza il pensiero assillante di dover farsi venire in mente qualcosa di nuovo, che sappia di sé e di verità.
Dopo quasi quattro ore di incoscienza, si risveglia con la mente più fresca, beatamente rilassata.
Dischiude la bocca in un sorriso che sa di rinascita e si siede d’impeto al suo tavolo; prende la penna in mano e scrive così:
“L’uomo è seduto alla sua scrivania. Alle sue spalle falsi di vecchi dipinti di Monet e Van Gogh coprono le crepe alla parete. Fogli di carta distesi o accartocciati invadono il piano di scrittura, salvo una piccola porzione di superficie adibita…”








